I dodici indicatori sono molecole presenti nel sangue o in altri tessuti, recettori cellulari e alcuni dei globuli bianchi che costituiscono le difese immunitarie. I ricercatori coordinati da Richard Miller li hanno battezzati 'indicatori del tasso di invecchiamento', o Ari, dall'inglese aging rate indicators.
Uno dei maggiori ostacoli nella ricerca dedicata all'invecchiamento sta nel fatto di dover attendere anni, o addirittura decenni, per poter verificare se un determinato intervento risulta efficace. I test comunemente usati per stimare l'età biologica misurano il livello di invecchiamento già accumulato e richiedono almeno due misurazioni a distanza di tempo per rilevare eventuali cambiamenti. Gli Ari, invece, prevedono una sola misurazione, perché riescono a mostrare se un trattamento ha portato l'organismo in uno stato di invecchiamento lento.
Tra le dodici spie individuate figurano l'attività di mTorc1, il principale sensore cellulare di nutrienti, energia e stress, i livelli di irisina, un ormone prodotto dai muscoli durante l'attività fisica, e l'equilibrio tra macrofagi pro-infiammatori e antinfiammatori nel tessuto adiposo.
Gli autori della ricerca stimano che gli Ari potrebbero rendere gli studi sui topi fino a quattro volte più veloci e ridurre i costi a circa un ventesimo di quelli attuali. Questi possibili marcatori, però, non sono ancora pronti per l'uso clinico: dovranno essere validati in altre specie di mammiferi prima di passare ai test sull'uomo.