Il nuovo Eu Kids Act, approvato dalla Commissione europea, introduce obblighi stringenti di verifica dell'età per le piattaforme social e prevede sanzioni severe per chi non rispetta le regole, segnando il più importante passo legislativo dell'Unione in materia di protezione dei giovani online.

L'Australia è stata la prima a dare il via libera a una normativa di questo tipo: a fine 2025 il paese ha vietato l'accesso ai social a chi ha meno di 16 anni, imponendo multe pesanti alle piattaforme che non rispettano il divieto. Tuttavia, secondo l'ente di sicurezza online eSafety, più dell'80% dei ragazzi tra i 10 e i 15 anni riesce a eludere il blocco e continua a usare i social.

In Asia, Malesia e Indonesia hanno già introdotto un divieto totale per i minori di 16 anni. La Cina, pur non avendo un divieto assoluto, ha implementato la "modalità minori", un sistema integrato nei dispositivi e nelle app che limita il tempo di utilizzo, anche notturno, per gli utenti tra gli 8 e i 16 anni.

Nel Medio Oriente, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno adottato restrizioni per i minori di 15 anni, imponendo controlli più severi sull'accesso ai servizi sociali.

Il Brasile ha approvato una legge che obbliga il collegamento dell'account di un tutore per tutti gli utenti sotto i 16 anni, rendendo la responsabilità parentale un requisito fondamentale per l'accesso ai social.

Negli Stati Uniti non esiste ancora una normativa federale, ma Meta ha recentemente siglato un accordo da circa 17 miliardi di dollari con una coalizione di stati per chiudere una causa storica sulla dipendenza dei minori, segnando un importante passo privato verso la tutela giovanile.

In Europa, la Francia ha vissuto il caso più controverso: il Parlamento ha approvato il divieto per gli under 15 il 21 luglio, ma il 14 agosto il Consiglio Costituzionale ha annullato l'articolo, ritenendo insufficienti le garanzie per la libertà di espressione e la privacy. Il presidente Macron ha chiesto al governo di riformulare la proposta.

Il Regno Unito, sotto la guida dell'ex premier Keir Starmer, ha annunciato a giugno un divieto per gli under 16, con un disegno di legge che prevede la verifica dell'età tramite scansione facciale o documento d'identità.

Altri paesi europei hanno già preso iniziative: il Portogallo ha approvato a febbraio 2026 il divieto totale per i minori sotto i 13 anni e richiede il consenso dei genitori per i 13‑16; la Danimarca ha firmato un accordo di governo per vietare l'accesso sotto i 15 anni, con la legge in attesa; la Spagna ha annunciato un divieto a 16 anni, ma deve ancora passare in Parlamento; la Germania sta studiando la fattibilità di un blocco sotto i 14 anni; la Norvegia, dopo una consultazione pubblica, punta a fissare l'età a 15 anni con l'obbligo di usare il BankID nazionale per accedere ai social.

In Italia il dibattito è acceso: sono stati presentati diversi disegni di legge, tra cui quello bipartisan di Lavinia Mennuni (FdI) e Marianna Madia (Pd) che alza a 15 anni l'età minima per l'iscrizione autonoma e introduce sistemi di controllo parentale; la proposta di Mara Carfagna (Noi Moderati) prevede un divieto totale sotto i 13 anni; quella di Giorgia Latini (Lega) estende l'obbligo del consenso dei genitori fino alla maggiore età; infine la iniziativa Nicita‑Basso (Pd) sposta la responsabilità sulle piattaforme stesse.

L'insieme di queste misure evidenzia come la verifica dell'età sia diventata il fulcro della politica digitale globale. Le sanzioni previste, che in alcuni paesi possono arrivare a decine di milioni di euro, spingono le piattaforme a sviluppare tecnologie più sofisticate per garantire che i minori non possano accedere ai contenuti social senza adeguata autorizzazione.