Il collegio presieduto da Enrico Manzi ha riconosciuto ancora una volta la premeditazione e inflitto l’ergastolo senza isolamento diurno. Fontana uccise l’ex fidanzata, che aveva 26 anni, l’11 gennaio 2022 nella casa di lei a Rescaldina, nel Milanese.

La pianificazione del delitto era il punto centrale del nuovo giudizio. Due precedenti sentenze della Cassazione avevano annullato con rinvio la condanna all’ergastolo proprio in relazione a questa aggravante. L’ultima decisione, dello scorso febbraio, aveva rilevato carenze nelle motivazioni con cui il secondo appello si era discostato dal primo grado, concluso con una pena di trent’anni.

La difesa, rappresentata dall’avvocato Stefano Paloschi, ha sostenuto che l’omicidio fosse stato commesso d’impeto e ha chiesto il massimo riconoscimento delle attenuanti. Fontana, 46 anni, ha negato in aula di avere organizzato il delitto e ha chiesto scusa. La Corte ha ritenuto le attenuanti subvalenti rispetto alle aggravanti, compresa la crudeltà.

Secondo la ricostruzione delle indagini, Fontana aveva commissionato con un profilo falso un video che Maltesi avrebbe dovuto realizzare. La aggredì mentre era legata per le riprese. Dopo l’omicidio occultò i resti per oltre due mesi in un congelatore, prima di abbandonarli in sacchi in una discarica nel Bresciano, dove furono scoperti da un passante.

La sostituta procuratrice generale Simonetta Bellaviti ha sostenuto che gli elementi raccolti dimostrassero una pianificazione tanto dell’omicidio quanto delle azioni successive. Tra gli indizi ha richiamato la falsa assenza dal lavoro per Covid e le iniziative adottate per nascondere il corpo.

Anna, sorella di Carol e parte civile insieme al padre, ha accolto con sollievo la sentenza, pur esprimendo sfiducia sulla possibilità che il percorso giudiziario sia vicino alla conclusione. Ha inoltre escluso di voler incontrare Fontana nell’ambito della giustizia riparativa.

Le motivazioni saranno depositate entro sessanta giorni. È atteso un nuovo ricorso della difesa in Cassazione: la condanna pronunciata a Milano non chiude quindi definitivamente la vicenda giudiziaria.