Il palazzo, chiamato Saada, ospitava dieci famiglie di sfollati. Nel crollo sono rimaste ferite altre 45 persone. Secondo le prime stime, sotto le macerie potrebbero trovarsi ancora almeno cento persone, circa la metà bambini.

L’edificio aveva subito danni strutturali durante precedenti attacchi israeliani e si era inclinato. La Protezione civile di Gaza, che opera sotto Hamas, ha riferito che nuove crepe erano comparse il giorno prima del cedimento e che in passato erano stati diffusi avvertimenti a non rientrare.

Il portavoce Mahmoud Basal ha spiegato che le famiglie avevano cercato riparo nel palazzo nonostante i rischi perché prive di alternative abitative. Alessandro Mrakic, direttore dell’Undp a Gaza, ha indicato anche la grave carenza di materiali da costruzione tra le ragioni che spingono gli sfollati a utilizzare strutture danneggiate.

Le squadre di soccorso hanno lavorato dalla notte insieme ai residenti, anche scavando a mani nude. Alle ricerche si sono uniti la Croce Rossa, agenzie delle Nazioni Unite e gruppi egiziani.

Funzionari dell’Onu hanno segnalato che la mancanza di strumenti adeguati rallenta le operazioni. Israele limita l’ingresso di diverse attrezzature classificate come utilizzabili anche a fini militari. Hamas ha chiesto agli Stati Uniti di favorire l’accesso dei mezzi necessari ai soccorsi.

Raed al-Dahshan, direttore della Protezione civile di Gaza City, ha riferito che dalle macerie si sentivano ancora voci, mantenendo aperta la speranza di trovare superstiti.

Le autorità di Gaza hanno attribuito a Israele e alla comunità internazionale la responsabilità del quadro in cui è avvenuto il crollo. Hanno inoltre indicato in circa 8.500 le persone disperse sotto edifici distrutti dall’inizio del conflitto.

La Protezione civile stima che nell’enclave vi siano circa duemila edifici pericolanti e teme che le piogge invernali possano indebolirli ulteriormente. Il crollo di Tal al-Hawa mette in evidenza il rischio affrontato dalle famiglie che continuano ad abitare strutture lesionate per mancanza di altri ripari.

Nel frattempo, altri attacchi a Khan Yunis hanno provocato feriti palestinesi, tra cui donne e bambini.