«Ho provato un forte dolore. Ho pensato che sarei morto e poi mi sono sentito fortunato di essere sopravvissuto e ancora oggi mi considero molto fortunato», racconta l'autore de 'I versi satanici' ricordando l'attacco del 2022. «Questa vicenda mi ha fatto capire l'importanza di ogni giorno, di ogni tempo extra che ci viene concesso su questa terra», aggiunge, spiegando che proprio da qui nasce il suo motto: non perdere tempo, usarlo per le cose importanti.

Davanti al pubblico di Pordenonelegge, dove ha inaugurato la rassegna, Rushdie ha parlato di «stampa sotto attacco» e di una «grande pressione sulla libertà di espressione», rivolgendo però un avvertimento: «gli scrittori sono delle persone piuttosto ostinate e vedrete che noi diremo quello che dobbiamo dire».

Sul mondo attraversato da conflitti e polarizzazione, lo scrittore sostiene che «non sono le guerre il problema, ma il comportamento dei governi che promuovono queste guerre, ad esempio il mio governo, quello dello Stato in cui risiedo». Rushdie vive da quasi trent'anni a New York e non risparmia critiche all'amministrazione statunitense: «tutto quello che dice Trump è il contrario della verità», afferma, e sulle prossime elezioni di midterm del 3 novembre negli Stati Uniti osserva che «mancano meno di 50 giorni e forse le cose cambieranno».

La guerra tra Stati Uniti e Iran è, per lo scrittore, un errore: «gli Stati Uniti non hanno fatto una cosa giusta a promuoverla. Sicuramente non ha portato, né porterà a un miglioramento della situazione della popolazione iraniana. Anzi al contrario il regime ne uscirà più forte. Si è rivelata controproducente». Da qui un «segnale d'allarme» più ampio: «dovremmo renderci conto che tante religioni si stanno trasformando in fascismo, non solo l'Islam». In Europa lo preoccupa «l'ascesa pericolosa della destra», che «rappresenta una minaccia», anche se ammette di non essere bravo a fare previsioni. Sull'intelligenza artificiale confessa di sapere «poco o niente» e di voler «tenere le cose così come stanno».

Tornando alla fatwa e alla condanna a morte pronunciata dall'ayatollah Khomeini per 'I versi satanici', Rushdie ricorda che quel romanzo «è stato scritto moltissimo tempo fa», era il suo quarto romanzo e il quinto libro pubblicato: «Nel frattempo sono arrivato a 23 libri. La maggior parte della mia attività di scrittore si è svolta dopo quella vicenda, diciamo che per 25 anni ho percepito che questo era un argomento chiuso, finito. Ho condotto la vita ordinaria di uno scrittore, poi si è verificato, nel 2022, quello che ritengo un attacco isolato, quasi fatale, ma non lo considero l'inizio di una nuova fase di minaccia».

Si illumina quando parla dell'immaginazione, il cui scopo «non è mai stato quello di evadere dalla realtà» bensì «quello di dimostrare la realtà». Del suo ultimo libro, 'L'undicesima ora' (Mondadori), raccolta di cinque racconti, dice che «è infestato dall'incertezza perché è di fatto nella nostra vita. Anzi, resto perplesso di fronte alle persone che hanno certezze granitiche. Il dubbio e l'incertezza sono strade che conducono alla verità». Ricorda Italo Calvino, per lui «uno dei maestri più importanti», e poi Umberto Eco e Mario Vargas Llosa, «con cui formavamo una sorta di gang. Ora sono l'ultimo rimasto».

Il 17 settembre Rushdie volerà a New York, dove la sera sarà presentato il documentario 'Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie' di Alex Gibney. «Gibney ha adottato un approccio veramente molto sensibile alla materia. Diciamo che però la colonna portante di questo film è una sorta di video diario che è stato registrato da mia moglie. Per un anno ha ripreso noi due, io e lei, mentre cercavamo di capire come affrontare questa tragedia che c'era capitata. Ha ripreso anche le mie ferite, la guarigione, finché non sono arrivato a ristabilirmi completamente. Alex ha voluto rendere il film anche una sorta di racconto della mia vita di scrittore. Per me sarà un po' duro guardarlo».

Interrogato su 'Naza', il documentario sulla guerra in Palestina di Rachel Szor e Yuval Abraham premiato con il premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, lo scrittore si congratula «con i registi per il loro coraggio» e ricorda che il governo israeliano «ha addirittura proposto di togliere a loro la cittadinanza. Ma d'altra parte non mi sorprende mai quello che fa Netanyahu».

L'onorificenza di Ambassador of Freedom, istituita quest'anno dalla Fondazione Pordenonelegge, sarà consegnata anche al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, atteso a Pordenone domenica 20 settembre, e a Vera Politkovskaja, figlia della giornalista Anna Politkovskaja, nel ventennale dell'assassinio.