Sting, 74 anni, è stato ospite di “Sunday with Laura Kuenssberg” dove ha ribadito che, sebbene le macchine siano capaci di scrivere brani tecnicamente perfetti, non hanno mai provato un “cuore spezzato”, una condizione che secondo lui è alla base della vera arte musicale.
Il musicista ha spiegato che l’IA può produrre “musica pop perfettamente funzionale”, adatta a sottofondo di stazioni ferroviarie o hall di hotel, ma manca della capacità di trasformare esperienze personali in melodia, rendendo le sue storie “prese in prestito”.
Il timore di Sting non riguarda la concorrenza artistica, ma l’impatto occupazionale: “c’è un pericolo che l’IA possa distruggere l’economia del lavoro”, ha dichiarato, sottolineando che il rischio si estende a tutti i professionisti del settore musicale.
Un studio commissionato dalla CISAC prevede che, alle condizioni attuali, entro il 2028 l’espansione dell’IA generativa possa compromettere il 24 % dei ricavi dei creatori musicali, equivalenti a circa 4 miliardi di euro all’anno e 10 miliardi in cinque anni; parallelamente, il valore dei contenuti musicali generati dall’IA potrebbe raggiungere i 16 miliardi di euro annui.
Nel 2026 una coalizione di organizzazioni statunitensi ha chiesto che ogni accordo sull’IA includa il consenso degli artisti, la trasparenza sui dati usati per l’addestramento e una remunerazione equa, segnando una prima risposta istituzionale al problema sollevato da Sting.
Il Report FIMI 2026 evidenzia che il 97 % dei partecipanti a uno studio internazionale non riesce a distinguere un brano interamente generato dall’IA, mentre più della metà degli ascoltatori tra i 18 e i 44 anni ne consuma in media tre ore a settimana.
Artisti, autori e associazioni di categoria stanno ora sollecitando regole più chiare sul copyright, sull’utilizzo delle opere per addestrare i modelli e sui compensi, con l’obiettivo di definire quale spazio l’IA debba occupare nell’industria musicale e a quali condizioni.