Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), l'aggressione militare iniziata a fine febbraio ha tagliato il traffico di petrolio nello Stretto di Hormuz, che prima della crisi trasportava circa il 20 % del volume mondiale, a meno del 4 % dei livelli prebellici, con una perdita di 13,1 milioni di barili al giorno. Parallelamente, più di 10 milioni di barili al giorno di produzione nei Paesi del Golfo Persico sono rimasti fermi, riducendo la disponibilità di prodotti raffinati.
Le raffinerie, per far fronte alla crescente domanda di diesel da parte dei trasporti terrestri, industriali e del riscaldamento, hanno aumentato la produzione di gasolio a scapito del cherosene per aviazione, entrambi derivati dalla stessa materia prima. L'Iea segnala che le esportazioni nette di diesel dal Golfo ad agosto erano appena un quarto dei livelli prebellici, mentre i margini di raffinazione nell'area atlantica hanno raggiunto i picchi massimi.
Reuters, citando Energy Aspects, prevede che nel quarto trimestre del 2026 l'Europa possa registrare un deficit di jet fuel di circa 510.000 barili al giorno. Le scorte nei terminali di Amsterdam‑Rotterdam‑Anversa sono scese ai minimi degli ultimi sette anni, costringendo i paesi a ricorrere a importazioni lontane, come quelle dalla Corea del Sud, che hanno raggiunto 129.000 barili al giorno da inizio settembre.
L'aumento dei costi del carburante si traduce in un rincaro medio dei biglietti aerei e in una pressione crescente sui bilanci delle compagnie. L'International Air Transport Association (IATA) stima che nel 2026 il jet fuel costerà in media 152 dollari al barile, rappresentando il 31,4 % dei costi operativi, contro il 25,4 % dell'anno precedente. La compagnia statunitense Spirit Airlines ha cessato definitivamente l’attività il 2 maggio per l’insostenibilità dei costi, mentre AirBaltic ha avviato la procedura prefallimentare Chapter 11 negli Stati Uniti, con prospettive di ristrutturazione o chiusura.
Se la carenza di jet fuel dovesse aggravarsi, le compagnie aeree potrebbero aumentare ulteriormente i prezzi dei biglietti, ridurre le rotte meno redditizie o limitare i voli verso aeroporti con scarsa disponibilità di carburante. Tali misure ridurrebbero il traffico passeggeri e le entrate degli aeroporti, con il rischio, a medio termine, di aerei costretti a rimanere a terra. L'Iea avverte che gli inventari globali di prodotti raffinati sono diminuiti di 507 milioni di barili dall'inizio del conflitto, avvicinando il sistema di raffinazione ai suoi limiti operativi.
Le autorità europee e i governi dei paesi produttori stanno valutando misure per riaprire lo Stretto di Hormuz entro una settimana, una prospettiva che ha già contribuito a far scendere il prezzo del petrolio sotto i 100 euro al barile. Tuttavia, gli esperti sottolineano che, finché le restrizioni militari persisteranno, la vulnerabilità del mercato del jet fuel rimarrà alta, con potenziali ripercussioni sull'intero settore dell'aviazione.