Durante una conferenza stampa a Roma, la premier ha affermato che «abbiamo risparmiato tutto quello che altri hanno sperperato, ma il risultato ci viene negato da chi lavora contro l’Italia», rimarcando che le cifre dell'ISTAT degli ultimi quattro anni sarebbero state tutte errate.
Secondo Meloni, il deficit del 3,1% rispetto al PIL è il «decimale» che blocca l'uscita dell'Italia dalla procedura d'infrazione avviata dall'Unione europea, e ciò costringerà l'esecutivo a un negoziato «per niente facile» con Bruxelles, come ha sottolineato un autorevole ministro dell'Economia.
Il dibattito interno al governo è stato acceso: il viceministro Maurizio Leo ha lamentato il peso dei costi del Superbonus, dichiarando che «sono quaranta miliardi solo quest’anno, più venti per il credito d’imposta», e ha chiesto soluzioni per pagare l'ennesima cambiale legata al provvedimento.
Il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, secondo fonti, avrebbe ricevuto dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti il nome di Francesco Maria Chelli, ex presidente dell'ISTAT, per avviare un dialogo diretto con la premier.
Nel frattempo, il partito di opposizione, guidato da Elly Schlein, ha reagito chiedendo chiarimenti sul calendario elettorale, mentre la premier ha suggerito che le elezioni primarie potrebbero risolvere la questione, ma ha ribadito che la decisione finale spetta al capo dello Stato.
Il governo sta preparando la discussione sulla legge di stabilità, con la data fissata per la Camera il 5 ottobre, e ha avvertito che, se la riforma fosse bocciata, Meloni si dimetterebbe, con potenziali ripercussioni sul centrodestra.
Il dibattito sulla finanza pubblica si è intensificato anche all'interno della coalizione: Forza Italia e Lega hanno mostrato divergenze su possibili scostamenti di bilancio, mentre l'ex presidente dell'ISTAT Enrico Giovannini è stato ricordato come figura seria che non avrebbe «scherzato» con un esecutivo di centrosinistra.